Energie rinnovabili

Guerra in Medio Oriente e scenari energetici

La guerra in Medio Oriente (conflitto USA-Iran-Israele) sta causando morti e devastazioni, come purtroppo è evidente a tutti. La crisi energetica globale che ne deriva – l’ennesima viene da dire – pone in evidenza con ancor maggior forza l’esigenza di una transizione basata sulle fonti rinnovabili.

Sotto un certo profilo – tesi supportata da alcuni esperti del settore – anche se il conflitto ha destabilizzato il sistema energetico mondiale, questa instabilità potrebbe accelerare detta transizione, riducendo la dipendenza da combustibili fossili importati.

Questo in quanto le energie rinnovabili sono più economiche (dal 2010, infatti, secondo Boston Consulting Group, i costi per la produzione delle energie rinnovabili sono diminuiti significativamente) e scalabili. Oggi, secondo un’elaborazione del Word Economic Forum, il 55% della riduzione di emissioni globali può essere ottenuto con soluzioni già competitive in termini di costi, di cui il 31% proprio grazie a solare ed eolico.

Inoltre, le Rinnovabili non possono essere utilizzate come arma geopolitica.

Molti paesi, infatti, sono dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas, e potrebbero voler ridurre i relativi rischi, controbilanciando il mix energetico con un numero maggiore di installazioni di solare e pompe di calore.

Abbiamo visto che in pochi giorni, a seguito della chiusura dello stretto di Hormuz, i prezzi dell’energia a livello mondiale sono raddoppiati, mostrando ancora una volta la vulnerabilità delle economie basate sull’importazione di idrocarburi.

Lo stretto di Hormuz è un’arteria fondamentale per il commercio di petrolio e gas liquefatto (GNL). Sulla base di elaborazione ISPI, se, per quanto riguarda il greggio, l’esposizione europea è limitata (solo il 4% di quello che transita dallo stretto arriva in UE), diversa è la situazione per il GNL. Il Qatar e lo Stretto di Hormuz giocano un ruolo critico per il mercato del GNL, con circa il 20% della fornitura globale che transita nell’area. Qualsiasi interruzione dei flussi avrebbe impatti globali.

Per quanto riguarda l’Italia, essa dipende per l’11% dalle forniture di gas del Qatar, quasi il triplo rispetto alla media europea. Un’esposizione mitigata, da un lato, da livelli di stoccaggio superiori alla media UE, ma aggravata dall’altro lato dal fatto che il 38% dei consumi energetici totali in Italia sono soddisfatti proprio dal gas.

Tutto ciò può quindi far pensare ad un diffuso interesse ad intensificare la transizione alle fonti Rinnovabili.

Andamento dei prezzi del Gas – Fonte: Credit Agricole

Tuttavia, all’orizzonte si paventano rischi di altra natura. I più scettici sostengono che dopo la crisi Ucraina, molti Paesi sono tornati al carbone.

I prezzi del carbone hanno mostrato una reazione moderata, oscillando tra 69 e 72 €/t. Possibili pressioni al rialzo però potrebbero proprio derivare da uno switch dal gas al carbone da parte dei produttori elettrici, aumentando la domanda di permessi ETS.

Il meccanismo non è così complesso: se il prezzo del gas sale, le centrali passano a usare più carbone. In periodi di crisi energetica (come quella che stiamo vivendo ora a causa del conflitto, il gas naturale diventa molto costoso o difficile da reperire.
Le centrali elettriche possono quindi decidere di produrre più elettricità usando carbone invece del gas. Questo è rilevante per l’ETS perché

  • il carbone emette circa il doppio della CO₂ rispetto al gas per ogni kWh prodotto.
  • le centrali a carbone devono acquistare molti più permessi ETS (EUA=European Allowances) per compensare le emissioni aggiuntive.

I produttori elettrici europei sono obbligati a coprire ogni tonnellata di CO₂ emessa con un permesso ETS.

Quindi, se passano dal gas al carbone aumentano le emissioni, e di conseguenza aumentano gli acquisti di permessi ETS sul mercato, aumentando i prezzi di EUA.

Quando la domanda di permessi aumenta:

  • i prezzi degli EUA tendono a salire
  • i produttori con mix meno inquinante risultano avvantaggiati
  • l’elettricità prodotta da carbone diventa ancora più costosa (coerente con il principio pensato dall’EU: rendere costoso inquinare.)

Fonte: Credit Agricole

Tutto ciò, quindi, sembra vada a favore di orientare le scelte strategiche EU sulle Rinnovabili.

E la Cina? Pur essendo il maggiore importatore di petrolio e gas, la Cina è relativamente protetta grazie alla sua strategia di sicurezza energetica e allo sviluppo delle rinnovabili che oggi gli consentono di esprimere enormi capacità nel solare (888GW) e nell’eolico (522GW), in accordo con il piano climatico nazionale 30-60.

A questa minore vulnerabilità contribuiscono anche le ampie riserve accumulate e la leadership nelle tecnologie verdi, in particolar modo nella produzione di batterie. Viene confermato quindi l’obiettivo di ridurre in modo significativo la dipendenza da approvvigionamenti esterni, salvaguardando la competitività del sistema economico.

In definitiva, il conflitto rafforza per l’Europa l’esigenza di mantenere la sovranità energetica e quindi di ridurre la dipendenza energetica da paesi terzi, accelerando verso uno sviluppo atteso delle Rinnovabili ed il rilancio del nucleare.

Detta sovranità energetica dovrà basarsi anche sull’integrazione del sistema elettrico (es. rafforzamento delle interconnessioni) e su un quadro energetico complessivo che attraverso maggiore flessibilità (stoccaggi, demand response, idrogeno) dovrà comunque compensare la dipendenza da materie prime e componenti tecnologici esterni.

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